L'Arezzo continua ad andare troppo piano. Ma la società non cambia linea: Mariotti resta al suo posto


Poteva essere la domenica della svolta, si è rivelata un’altra incompiuta. Al netto di tutte le attenuanti, che vanno dalla prestazione volitiva e tenace all’inferiorità numerica che ha condizionato la gara, fino agli episodi arbitrali che hanno penalizzato l’Arezzo, la squadra continua ad andare piano. Nelle ultime cinque giornate gli amaranto hanno conquistato solo 5 punti, perdendo due volte a Gavorrano e San Giovanni e pareggiando contro Tiferno e San Donato. L’unica vittoria è arrivata con il Cascina, penultimo in classifica, e i gol al passivo aumentano sempre di più: adesso sono 15 in dieci giornate. Troppi per una squadra che vuole vincere il campionato e che è inchiodata a -5 dalla vetta, senza aver vinto nemmeno uno scontro diretto.

Ogni partita fa storia a sé e a oggi il vero buco nero è rappresentato dal tonfo in casa della Sangiovannese. Però il malumore nell’ambiente cresce ogni settimana. Le vicende societarie, dalla separazione con il ds De Vito alla nomina del successore Tromboni, non hanno tranquillizzato la tifoseria e la posizione più critica, come sempre accade, è quella dell’allenatore.

Marco Mariotti, scelto a retrocessione ancora fresca, con il quale è stata costruita la rosa pezzo dopo pezzo, non ha mai vinto lo scetticismo che ne ha accompagnato l’investitura. Troppo “normale” per rassicurare una piazza avvelenata dal ritorno in D; troppo fragile, curriculum alla mano, per sedere su una panchina che scotta da sempre, senza il paravento di qualche promozione all’attivo né di una società esperta e men che meno popolare.

Così alla fine sul banco degli imputati c’è soprattutto lui, che alla squadra ha trasmesso quasi sempre carattere, combattività, tenacia, che con lo spogliatoio ha costruito un buon rapporto, ma che non è riuscito a dare quell’organizzazione di gioco indispensabile per puntare al salto di categoria. L’Arezzo ce la mette tutta ma dà spesso la sensazione di non riuscire ad alzare l’asticella. Così i pregi della squadra vengono ridimensionati e i difetti pesano di più.

I campionati non si vincono e non si perdono a novembre. E l’organico in estate è stato rinnovato per intero, con qualche fisiologico intoppo. Però dopo dieci giornate la squadra non sta più migliorando, si è involuta, ha smarrito quella spavalderia che aveva a inizio stagione e che era preziosa per assorbire le altre magagne.

Per Mariotti il compito ogni settimana diventa più difficile. E ogni partita è una frontiera. Dalla società, in ogni caso, non filtrano tentennamenti. L’allenatore resta al suo posto, con la speranza che arrivi un’inversione di rotta nel gioco e nei risultati e che, con il mercato di dicembre, si possano correggere le mancanze venute a galla.

Il futuro è comunque pieno di punti interrogativi. I tifosi, sia pure in modo civile, ieri hanno tirato le orecchie alla proprietà dopo le frasi sopra le righe dei proprietari Francesco e Guglielmo Manzo (“questa è casa nostra” hanno scritto i gruppi della sud in uno striscione). E dentro il calderone del pessimismo rischiano di finirci, oltre a Mariotti, anche la squadra e un campionato in cui, numeri alla mano, ci sarebbe tutto il tempo per rialzare la testa.

Una vittoria contro la capolista avrebbe dato una botta positiva a tutti, anche sul piano mentale. Invece è arrivata un’altra mazzata. E Poggibonsi, come era Città di Castello, come era il San Donato, è di nuovo un crocevia decisivo.

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