Chiavari: caso Cella, sul banco degli imputati la reticenza



Venticinque anni fa erano tanti a Chiavari a credere che ad uccidere Nada Cella fosse il suo datore di lavoro, il commercialista Marco Soracco , poi completamente scagionato. Oggi gli stessi sospetti si indirizzano verso Annalucia Cecere. L’unica speranza per fare luce sul caso è la comparazione del dna con i rilievi sulle tracce di sangue trovate sul motorino che sarebbe stato usato, 25 anni fa, dalla presunta assassina per allontanarsi da via Marsala.

Anche arrivando al nome della donna che telefonò due volte, a casa  Soracco e allo studio dell’avvocato Cella, si può credere alla sua testimonianza? Perché non disse il suo nome e quello delle altre quattro testi? Siamo a Chiavari in Liguria dove la discrezione è una filosofia di vita; ma di fronte a un delitto, il silenzio potrebbe essere scambiato per omertà. Il silenzio di chi sapeva (e forse sa) non è un buon biglietto da visita. E perché 25 anni fa gli inquirenti scartarono la pista Cecere? Per superficialità o per validi motivi?  E perché non ascoltarli per capire?

Del  caso si è impadronita la stampa cui la Procura sembra centellinare le indiscrezioni. Le notizie di oggi si intrecciano con quelle di 25 anni fa. Il quadro a volte sembra confuso mentre la Cecere, la cui vita è stata sezionata, sembra obbedire alla regola del silenzio.

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