Perché Dante definì gli aretini ‘botoli ringhiosi’



C’era una volta uno striscione (per i più avvezzi a frequentare lo stadio Comunale di Arezzo) di svariati metri recante la scritta ‘botoli ringhiosi’. Un appellativo, un soprannome o dite pure più semplicemente una descrizione che da canzonatoria e dispregiativa nel tempo è diventata anche motivo di orgoglio.

Che quel soprannome appartenga o per meglio dire sia frutto della mente di Dante Alighieri è cosa ben nota e che i bambini (aretini) imparano fin dalla più tenera età.

Botoli trova poi, venendo giuso
ringhiosi più che non chiede lor possa
e da lor disdegnosa torce il muso‘.

Recita così la terzina del (45-48) del XIV canto del Purgatorio. È il canto in cui si punisce l’invidia è qui Dante parla degli aretini come popolo, dopo aver già condannato alcuni personaggi illustri all’Inferno, descrivendo la loro indole e rendendola immortale con la sua opera. Gli aretini talmente rabbiosi da portare l’Arno a girare prima di Arezzo proprio per non incontrare i suoi abitanti.

Dante conosceva bene Arezzo, la sua terra, le sue genti e i suoi signori. A Campaldino combattè contro le insegne di Guglielmino Degli Ubertini e in Casentino (ma non solo) passo alcuni anni dopo l’esilio.

Insomma Dante, sia come nemico che ‘ospite’ di Arezzo, vide e toccò con mano l’animo irruento dei botoli: gente pronta a gettarsi in campo aperto a Campaldino contro un esercito numericamente superiore, pur di mantenere la propria indipendenza. Gente che però venne beffata per non dire tradita dall’atteggiamento di un suo signore troppo incerto sul da farsi al momento di scendere in battaglia. Poi, dopo Campaldino, i troppi e tanti interessi diversi tra le diverse casate intente a non far prendere potere alla famiglia rivale piuttosto che cercare di unire le forze se non di fronte al momento di maggiore pericolo. Un popolo comunque battagliero, fatto di botoli ringhiosi, pronti a vendere cara la pelle.

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